Affrontare un colloquio dopo aver perso il lavoro: come presentarsi senza sabotarsi

Categoria: Burocrazia → Lavoro
Autore: Luca Ferri
Data: 19 gennaio 2026


Introduzione

Arriva sempre, prima o poi.
Dopo settimane di curriculum, attese, silenzi, messaggi senza risposta, finalmente qualcuno chiama. Un colloquio. Magari non il lavoro della vita, ma comunque un’occasione.

Ed è proprio in quel momento che succede qualcosa di strano: invece di sentirti sollevato, inizi a sentire pressione.
La testa corre avanti, il corpo si tende, tornano domande che credevi di aver messo da parte. “Come mi presento?” “Cosa dico?” “Se mi chiedono perché ho perso il lavoro?”

Affrontare un colloquio dopo aver perso il lavoro non è come affrontarlo quando sei ancora occupato.
Non è solo una questione di competenze. È una questione di equilibrio emotivo.

Questo articolo non è una lista di frasi da dire o di gesti da evitare.
Serve a una cosa più importante: aiutarti a non sabotarti quando sei finalmente seduto dall’altra parte del tavolo.


Il peso invisibile che ti porti dietro

Quando hai perso il lavoro, arrivi a un colloquio con qualcosa in più addosso. Non si vede, ma pesa.
È la somma di tutto quello che è successo prima: il distacco, l’incertezza, il tempo passato a rimettere insieme i pezzi.

Molti cercano di ignorare questo peso, di “fare finta di niente”.
Il problema è che, se non lo riconosci, finisce per uscire nei momenti peggiori: nel tono di voce, nel modo in cui rispondi, nelle pause troppo lunghe o troppo brevi.

Il colloquio non è solo un incontro professionale.
È anche un momento in cui ti giochi la percezione che hai di te stesso.


L’errore più comune: presentarsi in difesa

Uno degli sbagli più frequenti è entrare al colloquio già sulla difensiva.
Come se dovessi giustificarti in anticipo. Come se fossi lì per spiegare cosa non ha funzionato, invece che cosa puoi fare.

Questo atteggiamento nasce da una paura comprensibile: quella di essere giudicati per aver perso il lavoro.
Ma nella maggior parte dei casi, chi ti sta davanti non parte da lì.

Se sei tu a portare subito il discorso sul terreno della giustificazione, stai impostando il colloquio nel modo peggiore possibile.


Il colloquio non è un processo

È importante dirlo chiaramente: un colloquio non è un interrogatorio, anche se a volte può sembrarlo.
Non devi dimostrare di essere “innocente”. Devi far capire chi sei ora.

Chi seleziona non sta cercando una storia perfetta.
Sta cercando una persona che:

  • sappia stare nella conversazione
  • abbia un minimo di chiarezza su di sé
  • non si nasconda, ma nemmeno si esponga troppo

È un equilibrio sottile, ma fondamentale.


Parlare della perdita del lavoro senza farsi male

Prima o poi, quasi sempre, la domanda arriva.
A volte è diretta, a volte no. “Come mai non lavori più lì?” oppure “Come mai stai cercando?”

Qui molte persone si giocano il colloquio senza accorgersene.

Raccontare troppo nel dettaglio, scaricare responsabilità, o al contrario prendersi colpe che non servono, crea solo confusione.
Allo stesso modo, risposte evasive o rigide fanno scattare sospetti inutili.

La verità è che non devi raccontare tutto.
Devi raccontare abbastanza da rendere la situazione comprensibile, senza trasformarla nel centro del colloquio.

Il passato va citato.
Il presente va mostrato.


Come cambia il modo di presentarsi quando sei disoccupato

Quando sei occupato, al colloquio vai spesso con un atteggiamento più rilassato.
Sai che, in fondo, non stai rischiando tutto.

Quando invece hai perso il lavoro, la posta in gioco sembra più alta.
Questo cambia il modo in cui parli, ti muovi, ascolti.

Il rischio è cercare di piacere a tutti i costi.
Dire sì a tutto, mostrarti totalmente flessibile, cancellare ogni limite.

Paradossalmente, questo non aiuta.
Chi seleziona percepisce subito quando una persona si sta annullando per ottenere qualcosa.


La presenza conta più della preparazione

Prepararsi è giusto.
Ripassare il proprio percorso, capire l’azienda, avere qualche domanda pronta è utile.

Ma c’è una cosa che conta di più: la presenza.

Essere presenti significa:

  • ascoltare davvero
  • non rispondere in automatico
  • prendersi un secondo prima di parlare
  • accettare di non avere la risposta perfetta a tutto

Molti colloqui vanno male non perché il candidato non fosse adatto, ma perché sembrava rigido, troppo concentrato su cosa dire, poco su cosa stava succedendo nella stanza.


Quando l’ansia prende il controllo

L’ansia al colloquio è normale, soprattutto dopo un periodo difficile.
Il problema non è provarla, ma combatterla.

Più cerchi di nasconderla, più diventa evidente.
Meglio riconoscerla interiormente e lasciare che faccia il suo corso, senza darle il volante.

Un candidato leggermente teso ma autentico è molto più credibile di uno che sembra recitare una parte.


Il momento delle domande (e perché non va sprecato)

Quando ti chiedono se hai domande, non è un test di intelligenza.
È un segnale.

Chi non chiede nulla spesso comunica una cosa precisa: “Mi va bene qualsiasi cosa”.
E questo, in un contesto di selezione, non è sempre un punto a favore.

Fare una o due domande sensate serve più a posizionarti che a ottenere informazioni.
Mostra che sei lì per capire, non solo per essere scelto.


Uscire dal colloquio senza giudicarsi subito

Uno degli errori più tossici avviene dopo il colloquio.
Rigiocare mentalmente ogni risposta, ogni pausa, ogni parola.

Questo atteggiamento non migliora il risultato.
Consuma solo energia.

Un colloquio è un incontro tra due persone (o due gruppi) in un momento preciso.
Non puoi controllare tutto, e non devi farlo.

Valuta l’esperienza, prendi nota di cosa puoi migliorare, poi lascia andare.


Perché i colloqui non andati a buon fine non sono tempo perso

Quando sei senza lavoro, ogni colloquio sembra decisivo.
E quando non va, il colpo è più duro.

Ma c’è una verità scomoda: i colloqui servono anche ad allenare una parte di te che si è indebolita durante il periodo di inattività.

Parlare di te, raccontare il tuo percorso, stare nella relazione… sono competenze che si riattivano gradualmente.

Ogni colloquio fatto con un minimo di presenza è un passo avanti, anche se non porta subito a un contratto.


In sintesi

Affrontare un colloquio dopo aver perso il lavoro non significa dimostrare di essere perfetti.
Significa riuscire a stare in piedi, con lucidità, in una situazione che mette pressione.

Non devi convincere.
Non devi giustificarti.
Devi presentarti.

Ed è spesso molto più che sufficiente.


Nota per il lettore

I contenuti di questo articolo hanno finalità informative e orientative.
Non sostituiscono una consulenza professionale o di carriera personalizzata.

Ogni percorso lavorativo è diverso e può richiedere valutazioni specifiche.
Le riflessioni proposte vogliono offrire strumenti di comprensione e consapevolezza, non soluzioni valide per tutti.

Leggi anche: Cercare lavoro senza annunci: perché il contatto diretto funziona più di quanto pensi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *